Trinitapoli, muore a 13 anni sul campo di calcetto: "Ambulanza in ritardo e senza defibrillatore"

Si è sentito male alla fine della partita, mentre lasciava il campetto e raggiungeva gli spogliatoi, dopo aver salutato mamma e papà che erano andati a prenderlo.
"Cinque minuti e arrivo", aveva detto il tredicenne ai genitori. Invece è morto accanto alle docce, disteso su una panca, assistito in un primo momento soltanto dai suoi compagni di pallone: in quella stanza non c'era un adulto e, soprattutto, in quel luogo, un campo di calcio di proprietà comunale dato in gestione a un privato, non c'era un defibrillatore. Il ragazzino è morto domenica pomeriggio, intorno alle 18.30, all'interno di una struttura sportiva nel quartiere Padre Pio.
Quando gli amici si sono accorti che stava male, hanno dato l'allarme: un uomo si è avvicinato e ha chiamato i genitori del bambino, che hanno telefonato immediatamente al 118. In quella struttura "non c'erano defibrillatori", denuncia uno zio del piccolo, "e non vi era il defibrillatore neppure nell'ambulanza che è intervenuta sul posto, arrivata 30 minuti dopo che la mamma e il papà hanno chiamato il 118 e il mezzo non era medicalizzato: a bordo non c'era un medico e non c'era un defibrillatore".
LA REPLICA DEI SOCCORRITORI
"Gli operatori - racconta ancora lo zio del piccolo - hanno tentato alcune manovre. Il piccolo ha vomitato ha ripreso conoscenza, ma poi si è sentito ancora male: è sopraggiunta un'altra autoambulanza, questa volta con il defibrillatore e con il medico a bordo, ma non c'è stato nulla da fare". Tutte circostanze, queste, che sono al vaglio dei carabinieri. Il ragazzino è stato trasportato all'ospedale più vicino, quello di Barletta, ma qui ai genitori - lui consulente del lavoro, lei casalinga - è stato detto che il loro bambino era morto.
Sarà l'autopsia disposta dalla Procura di Trani, che indaga per omicidio colposo, a stabilire se eventualmente un defibrillatore avrebbe potuto salvare la vita al bambino. Martedì è previsto l'esame autoptico nel Policlinico di Bari. "Mio nipote - racconta lo zio - non era mai stato male, ha altri due fratelli più grandi e una sorella più piccola, era un ragazzino vivace, amava lo sport, andava in bicicletta, giocava a calcio. Frequenta la terza media e si era iscritto a ragioneria: quella che è accaduta è una tragedia alla quale qualcuno dovrà dare risposte".